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domenica 16 ottobre 2011

ROMA BRUCIA...ANCORA



 Non servirebbe a tanto commentare ,esasperare, polemizzare. 
Giornate come questa non dovrebbero essere maltrattate e dilaniate più di quanto non lo siano già.
Scorrere;come un fiume in piena o come il rigagnolo esile di un torrente non importa.Questo è quello che si può fare. L'unica cosa che conta è togliersi di dosso queste assurde immagini fatte di  follia insensata, fredda , che ci lascia fermi a pensare quanto fosse importante riconoscersi tutti insieme in un progetto comune:la nostra identità.Ed è alla sua disperata ricerca che mi piace ricordare il paese che io amo ed abito come in questa immagine,Tra due fuochi: quello del passato che si allontana ma che torna ad alimentare pericolosamente quello del futuro.E lui è lì indeciso,preso a "scappare" dove, forse, è meglio per tutti.


ROMA, 15 OTTOBRE 2011.



lunedì 21 marzo 2011

I DIECI MOTIVI PER CUI VALE LA PENA VIVERE

1. Sentire il peso e la responsabilità degli anni che avanzano
2. Sapere che quegli anni che ti porti dietro, niente o nessuno al mondo
potrà portarteli via.
3. Il brivido, anche se solo momentaneo, di esserti sentito parte di qualcosa di cui forse un giorno ne ignorerai l’esistenza.
4. La consapevolezza che un attimo può valere una vita, ma una vita vale molto di più.
5. Lo sguardo sorridente della donna della tua vita perchè ora tu sei convinto che ,si è proprio lei.
6. I rimpianti ,perchè a volte sono l’unico modo per andare avanti.
7. Lo stupore e l’imbarazzo che si provano ascoltando per la prima volta i notturni di chopin
8. Sentirsi piangere dentro una ragazza ad una manifestazione, mentre sul palco stava parlando Salvatore Borsellino.
9. Fare l’amore con la tua donna come se lo stessi facendo con tutto il genere femminile.
10.Passare una giornata indimenticabile ed avere sempre la fortuna di non ricordarsene (essendo quello il vero motivo)

giovedì 2 dicembre 2010


LA PROTESTA

"Caro presidente del Consiglio..."
Lettera degli studenti a Berlusconi

Una missiva scritta da una ragazza della facoltà di Lettere, occupata, dell'universitàLa Sapienza di Roma. Per replicare alle parole del premier su "i veri studenti stanno a casa a studiare". "Molti dei partecipanti alle manifestazioni hanno anche un'ottima media. Potremmo presentarle più di un libretto ma non lo faremo perché noi sappiamo chi siamo e questo è sufficiente. Quello che ha visto non era follia, ma felicità collettiva. E sappiamo che lei non potrà comprendere". La lettera è stata letta nel corso di una puntata del programma di La7 "Exit"

Caro Presidente del Consiglio,

le scriviamo perché sentiamo l'esigenza e il dovere, da studenti e da cittadini, di spiegare cosa è accaduto ieri.

Ci concederà, spero, questa premessa: molti studenti presenti alla manifestazione non solo non hanno mai messo piede in un centro sociale ma possiedono anche un'ottima media; potremmo presentarle più di un libretto, ma non lo faremo perché noi sappiamo chi siamo e questo è sufficiente.

Ma torniamo al fine di questa lettera e lo facciamo con una domanda che lei tante volte si sarà posto: perché queste persone-studenti, lavoratori, artisti, ecc. manifestano? In genere la risposta è che le rivolte sono rivolte di "pancia", di fame, dovute alla crisi economica globale. Certamente. Ma ci permetta di illustrarle un altro punto di vista e lo facciamo attraverso le parole di uno storico, Edward Palmer Thompson che, in questo saggio che citiamo, riflette sulle rivolte popolari inglesi del XVIII secolo: "(...) E' certamente vero che i disordini erano innescati dai prezzi saliti alle stelle, dagli abusi compiuti dai negozianti, dalla fame. Ma queste rimostranze agivano all'interno della concezione popolare che definiva la legittimità e l'illegittimità dei modi di esercitare il commercio, la molitura del frumento, la preparazione del pane, eccetera. E questa concezione, a sua volta, era radicata in una consolidata visione tradizionale degli obblighi e delle norme sociali, delle corrette funzioni economiche delle rispettive
parti all'interno della comunità che, nel loro insieme, costituivano l'economia morale del povero. Un'offesa contro questi principi morali, non meno di un effettivo stato di privazione, era l'incentivo abituale per un'azione immediata".

Le citiamo, infine, uno slogan-accusa che i contadini rivolgevano nel Settecento ai mugnai, "il male del tempo": perché prima rubava ma con cortesia, ma ora è oltraggiosamente ladro.

Non ci fraintenda. Noi non stiamo accusando il suo governo di essere oltraggiosamente ladro, noi accusiamo l'Italia tutta di esserlo. La nostra patria è divenuta ladra di sogni, di speranze e di verità.

Accusiamo perfino le nostre madri e i nostri padri che continuano a difenderci dal mondo, da internet e da Facebook e non hanno ancora compreso che in questi anni il vero pericolo sono stati loro, la loro incapacità di critica, la loro incapacità di volere.

Condanniamo l'indifferenza poiché crediamo che la qualità di una società è inversamente proporzionale alla quantità degli indifferenti.

E in ultimo condanniamo noi stessi per non essere abbastanza bravi da rendere chiara l'evidenza. L'evidenza è questa: noi siamo la futura generazione di precari, o meglio, noi andremo a ingrossare le file di quella che possiamo definire "la classe dei precari". Così come la Rivoluzione industriale ha prodotto la classe operaia, rivoluzionaria per eccellenza, ecco che questo sistema in cui la speculazione è sfociata nello sfruttamento ha provocato la nascita di una nuova classe rivoluzionaria, i cui membri non formano "strutture", ma i cui legami si basano sulle relazioni e su una medesima condizione umana.

Lei ci insegna che un uomo può cambiare un Paese, noi fortunatamente siamo migliaia, forse milioni.

Sta certamente comprendendo quello che le stiamo dicendo. Le daremo una dritta, da sciocchi quali siamo. Ciò che deve temere di più è la felicità pubblica, ovvero quel sentimento antico quanto la Rivoluzione Francese, che si spiega più o meno così: l'uomo comprende di essere uomo solo quando è in movimento, e di questo ne scopre il divertimento, il piacere, puro, dello stare insieme. La Felicità Pubblica. Il resto è un colpevole silenzio e un'inquieta sensazione di noia.

Ieri per la prima volta è tornata. Quello che ha visto non era follia, ma per l'appunto felicità. Felicità collettiva.

E questa volta sappiamo per certo che lei non potrà comprendere.

Cordiali saluti.
Elisa Albanesi, Assemblea di Lettere

giovedì 21 ottobre 2010

L'africa di oggi si racconta: gli scatti di 21 artisti nella rassegna "Breaking News"
Tutto questo per dare voce alla scena artistica di Medio Oriente e Africa.Si chiama "Breaking News - Fotografia contemporanea da Medio Oriente e Africa" la rassegna ospitata dal 28 novembre 2010 al 13 marzo 2011, dall'Ex Ospedale Sant’Agostino di Modena. In mostra le opere di 21 artisti, provenienti da 12 diversi Paesi. Tra loro, alcuni dei maggiori fotografi contemporanei africani come Philip Kwame Apagya (Ghana), Samuel Fosso (Camerun) e Goddy Leye (Camerun)
 Ecco alcuni degli scatti in mostra:











mercoledì 20 ottobre 2010

"Il cimitero dei pazzi" le storie degli invisibili.

Paura del diverso,  vergogna e ignoranza. Per lungo tempo la malattia mentale ha prodotto il rifiuto sociale e ha consentito di giustificare la segregazione in spietate istituzioni totali. Solo negli ultimi decenni,  l'evoluzione della psichiatria e le conseguenti normative, pur non riuscendo a cancellare del tutto pregiudizi e riserve, hanno aperto la porta almeno nel mondo occidentale a un dibattito teorico che ha permesso la chiusura dei manicomi e la denuncia del sistema che li governava. Ma la storia del popolo degli invisibili che in passato, sia sotto i regimi totalitari che al riparo di sistemi liberaldemocratici, sono morti annientati negli ospedali psichiatrici, è rimasta comunque per lo più  sconosciuta.

Con Il cimitero dei pazzi, (Infinito edizioni) Francesco Zarzana, scrittore e autore di teatro, racconta ora almeno un episodio di quella tragedia corale dimenticata e ricostruisce, con precisione e passione, l'incredibile vicenda di quattromila malati di mente, quasi tutti sepolti senza che ne fosse riconosciuta l'identità a Cadillac sur Garonne, nel sudovest della Francia, in un cimitero divenuto nel 2008 monumento nazionale. Inumazioni di massa andate avanti non solo nel dopoguerra, ma anche (numerosissime) nei decenni successivi, addirittura fino al 2000.

Riferisce e ricorda Zarzana di come, in un paese di poco più di duemila abitanti, riposino quattromila "alienati", la cui storia s'intreccia con quella dell'adiacente ospedale psichiatrico e del castello prigione dove erano internati i "pazzi" nella Francia del regime filonazista di Vichy che, in quel periodo, sterminò 45.000 malati di mente. Emergono allora  vite "occultate, come quella di Margherite B. o di Osvaldo, fuggito con i genitori dall'Italia nei primi decenni del Novecento, insieme agli orrori di quel cimitero. Molti di loro non furono mai cercati né reclamati, invisibili da morti come lo erano stati da vivi, abbandonati dai loro famigliari, tombe rimaste senza un nome e senza il conforto del dolore dei vivi.

E Francesco Zarzana, con un racconto tessuto di dati storici e vicende private, che fa sì che, finalmente, quei quattromila "pazzi"  siano restituiti alla memoria collettiva.

I quattromila dimenticati di Cadillac sono un simbolo degli "alienati"del mondo?
"Credo proprio di sì e mi auguro che questo libro aiuti a rompere il silenzio su quei poveri malati che hanno vissuto pagine di orrore all'interno di istituzioni, cosiddette totali, come quella di Cadillac. Grazie a molte testimonianze racconto qualche storia. Ho scoperto che nel cimitero sono sepolti anche molti italiani, come ad esempio Osvaldo, un veneto che fuggì con la famiglia dall'Italia che diventava fascista e che le miserie della guerra portarono alla follia. E' seppellito nel cimitero, ma nessuno ne conosce l'esatta collocazione, come del resto per quasi tutte le persone sepolte. Ma c'erano anche molti internati che erano abbandonati dalle famiglie che si vergognavano di avere un figlio, magari un po' bizzarro e che aveva bisogno di cure. Dimenticare l'infelice parente in manicomio, smobilizzava la famiglia dall'assistenza e lo cancellava per sempre".

Com'è nato Il cimitero dei pazzi?
"Mi ha incuriosito un articolo di Le Monde riferito a questo piccolo paese dell'Aquitania, che parlava di uno strano cimitero con quattromila anime sepolte, tutte malati di mente e senza identità e che il sindaco locale voleva abbattere per farne un parcheggio. E di come un piccolo gruppo di cittadini, guidati dal noto psichiatra Michel Bénézech, avesse intrapreso una vera e propria battaglia per difendere quel luogo e la sua memoria. Ci sono riusciti. Se avessero perso, quelle povere persone sepolte lì avrebbero subito l'ennesima beffa dalla vita.
Da parte mia mi sono prefisso lo scopo di recuperare dati e fatti e riconsegnarli alla memoria sociale, grazie all'intreccio di dolorose storie personali. La ricostruzione dei momenti di vita quotidiana delle persone rinchiuse nel manicomio di Cadillac, espropriate del proprio corpo e individualità, mi ha permesso di dare dignità a persone dimenticate. Io stesso, quando ho visitato il cimitero di Cadillac, ho provato una grande pietà".

Quanto è importante conservare la memoria?
"Credo moltissimo nella conservazione della memoria e il mio libro non è un semplice esercizio letterario. Le testimonianze raccolte, le storie ascoltate da chi ha vissuto direttamente quei fatti costituiscono un prezioso tesoro che va divulgato. Le piccole storie possono diventare le grandi storie e io cerco di fornire anche strumenti di indagine. I dati che ho raccolto mi hanno lasciato senza fiato. Nella sola Cadillac durante la seconda guerra mondiale, dal '41 al '45, morirono oltre mille persone e non si trovano più i registri del '39 e del '40. Mentre in tutta la Francia ci furono oltre 45mila morti internati nei manicomi. Mi sono posto la  domanda se la morte di un così alto numero di malati psichiatrici non sia stata una politica distruttiva simile a quella tedesca, anche se portata avanti con più discrezione. Ho notato molta ritrosia in Francia a parlare dell'argomento e prevale la tesi della carestia causata dalla guerra, della mancanza degli approvvigionamenti alimentari e dell'occupazione nazista. Come ha sottolineato lo storico Angelo Lallo nelle conclusioni, questo libro denuncia un buco nero storiografico che non può fermare la richiesta di approfondimento critico e la ricerca della verità. Bisogna capire se la psichiatria francese, al pari di quella tedesca, sia stata connivente con il regime nazista o se sia stato semplicemente un tragico caso che ha colpito la sfortunata popolazione dei manicomi sottoposta alle temperie della guerra. Il libro vuole essere un piccolo contributo per riaprire la discussione,  a partire da queste considerazioni".

Francesco Zarzana
Il cimitero dei pazzi
Infinito edizioni